Felicemente al mondo... il 28 marzo 1954



Spiaggia di Ostia… giugno dello stesso anno

AUTOBIOGRAFIA DI UN ARCHITETTO
Da dove origina un architetto dei nostri tempi (...o appena trascorsi ?...) irrimediabilmente sperduto nella metafisica? Da una famiglia dei nostri tempi: una storia degli anni '50-'60-70 . Ne do qualche cenno... .
La gioventù trascorre in un quartiere ordinato della semi-periferia romana votato alla "ridente" monofunzionalità dei quartieri residenziali. Dove non si scorgono conflitti; non si annusa l’odore del sudore e la stanchezza della lavoro. Il frastuono della macchina, il motore incessante che muove tutto l’ambaradam, non echeggia nelle strade tranquille.

1968-73..la straordinaria fucina di idee...



Arch. Fasolo : Liceo Ginnasio T. Mamiani, 1923

Una famiglia che qui risiede manda i figli a scuola, votata a sane economie e gioie modeste in attesa di un lento progresso e... della fine del mese ma, c’è, alle viste, un futuro passabilmente migliore e l’ascensore sociale c’è e si vede.
Però da dove parte l’ascensore ?
Da un limbo senza orizzonte, e con pochi riferimenti; nebbioso nonostante la latitudine, Quasi fosse una villeggiatura in un luogo isolato e provvisorio in attesa di terminare qualcosa ed iniziare qualcos’altro. Una fortezza Bastiani dell'anima. Non c’è un vero senso. Concorre a quest’impressione il dato sociologico-esistenziale, connesso alla vita di tutti i giorni, in cui la dislocazione geografico-culturale la fa da padrone.
I motivi per cui questi luoghi sembrano "galleggiare" nella civiltà sono molteplici ma il principale è forse la provenienza regionale e culturale diversa, inevitabile in quelli di nuova formazione dedicati a fasce molto omogenee eppure di estrazione geografica diversa. Volutamente slegati da forme intellegibili edilizio-architettonico che alludano e richiamino una città omogenea e da un valore condiviso cui appoggiarsi e far leva. Negli scatoloni finestrati e balconati, benignamente definiti “palazzine”, si ritrovano impiegati siciliani accanto a piemontesi; veneti ed umbri accanto a calabresi.
Containers di simil-lusso in un momento storico, piuttosto lungo, terremotato dalla modernità prima e dalla post-modernità poi. Questo senso precario e senza riferimento, inevitabilmente, fa si che dal punto di vista umano ci siano quasi esclusivamente rapporti superficiali e formali. Le famiglie non si conoscono; forse si stimano mam in fondo, non si vogliono conoscere; quindi l’apporto esperienziale della vita in comune è minimo se non nullo. Si vive solo ciò che accade alla famiglia ristretta, per via dell’allontanamento geografico-culturale dai siti e dalle culture di origene: cioè poco.
Anche i panorami, le forme consuete, i colori dominanti, le intensità luminose, le temperature... persino gli odori, sono cultura; sono portato esistenziale . Il contesto fa la cultura...ma la cultura non è ancora riuscita a fare il contesto.
“E veniva dai monti la frescura su la tovaglia, ed era intorno ai lumi un aliare di farfalle, e noi gittavamo le mandorle novelle contro i pavoni appollaiati...” Non c’è un’epopea da osservare, “studiare” e raccontare; non ci sono luoghi significativi ( un appartamento per quanto grande non lo è ) o storici che operino in questo tipo di formazione. Non ci sono valori ed apporti, esterni ma vicini, da osservare e pesare. Manca un vero motivo o motore di aggregazione concreta anche occasionale o pericoloso come ad esempio il fatto di trovarsi in guerra o sotto i bombardamenti ed in altri affanni consimili dove si ritrovino tutti insieme ad affrontare qualcosa.
I più fortunati possono affacciarsi nella "macchina di aggregazione complementare" o alternativa, ovvero la parrocchia ( civile o religiosa ) ed il suo cortile, le sue riunioni, la sua organizzazione anche ludica; con i suoi ministri, il suo ordine, la liturgia; gli altri no. Tuttavia essa è limitata al periodo di indottrinamento del catechismo: laico o religioso che sia.
Non c’è quindi formazione di tipo culturale “ampia”, “continua” ed “effettiva” ma ci sono i suoi surrogati istituzionali filtrati e sistematizzati quali:
Libri e Stampa: libri per ragazzi e giornaletti; tutti improntati ad una morale ineccepibile ; SandoKan è un eroe e persegue Giustizia e Bellezza ( la perla di Labuan ) in senso assoluto. Zio Paperone è un avaro capitalista mitigato da una famiglia sfortunata ma onesta.
TV: La tv di Bernabei trabocca buoni sentimenti e carità trasportata anche nel sociale.
Scuola. Tralasciando le scuole elementari e medie unificate è l’unico canale rimasto di formazione attraverso lo studio della Storia della Filosofia della Logica del Linguaggio . Anche qui naturalmente prevale l’uomo faber che con preparazione ed impegno individuale costruisce se stesso.

Foto di gruppo nel cortile del Mamiani, 1971



...“ri-creazione”

Classe III C, 1973

In più la frequenza e la disciplina tendono a formare un ambiente quasi omogeneo se non altro dal punto di vista emotivo. Una specie di "servizio militare della formazione", un addestramento disciplinato.
I contenuti passano, eccome ! : sono bene o male contenuti della socialità. Socialità depurata ma socialità. Piuttosto assente l’economia perché la scuola si occupa di massimi sistemi e tende ad astrarre facilmente ( e forse giustamente ? ) . Il denaro è, tuttavia, ancora considerato lo sterco del demonio e non risorsa e motore di possibile progresso . Questa sottovalutazione porta grandi benefici a chi lo ha, o ne dispone. perche può serenamente ed ipocritamente "centellinare lo sterco" con l’argomento della frugalità. Tuttavia in questo momento formativo accade una circostanza importante.
Dall’età di 11-12 anni i lunghi mesi estivi si trascorrono in campagna...nell’Abruzzo di Torlonia a contatto, in una sorta di immersione totale, con quanto resta dei cafoni del Fucino delle loro siepi di more dei loro pioppi maestosi delle loro casupole malmesse ed in perenne penombra.
In cuor loro sono ancora "servi della gleba" : appartengono alla terra, ai campi coltivati , ai filari ombrosi di pioppi giganti ; appartengono a quel giardino dell’Eden che era il Fucino di Torlonia.
Su quella terra, tenuta così bene !...dove non c’era una spiga fuori posto, non una disonorevole infestante. Se il paradiso avesse una forma intellegibile apparirebbe come il Fucino. Ovviamente Torlonia sarebbe Dio.
La splendida cittadina eretta a capoluogo è ancora pressoché intatta nel centro, uniformemente ricostruito dopo il sisma del 1915, ma comincia a subire gli inevitabili attacchi della modernità. Qualche condominio multipiano dai tetti mansardati ( per aggiungere locali in barba alle disposizioni )
Una lingua, ancora incomprensibile a distanza di mezzo secolo, non tanto nei vocaboli quanto nella sintassi, nell'enfasi e nei significati impliciti, riferita ad una popolazione ancora semi imparentata e dai rapporti sociali esteriormente aspri ma chiari. Si vive sulla terra per la terra; si esce all’aria aperta per lavarsi ( ...si !.. proprio come nel Ragazzo della via Gluck !...) Il vicino ( distanza 100 m. ) pastore ( jè pecuràre ), perennemente ubriaco cantando a squarciagola, aiuta a posare i tubi dell’allaccio idrico, grande conquista insieme all’elettricità ) in cambio del permesso veloce ed informale a pascolare sulla terra nostra ed a cuocere il pane nel nostro forno.
Anziane ma autorevoli “comari specializzate” vengono a confezionare i dolci a domicilio raccontando, con enfasi da romanzo, fatti di sangue e sesso ( non pornografato ) accaduti in un tempo indefinito ( ..ieri ?...l’anno scorso ?...prima o dopo il terremoto ?...durante i bombardamenti ?...) Qui il cinema è ancora chiamato l’itinerante “Carro di Tespi” ( anzi “dei” Tespi ...perché il nome del tragediografo è interpretato come un plurale...) Inutile che descriva la tenerezza, la quantità ed il genere dei pupazzi di plastica che, moderni Lari, popolano gli altari delle case di questi “cafoni” : l’ha già fatto benissimo Petri-Volontè col personaggio di Lulù ne “La classe Operaia va in Paradiso”.
Tutto mescolato in un continuum spazio temporale in cui è difficile separare una cosa dall’altra; un momento dall’altro...in senso reticente od assente; in una specie di eternità. Il contrasto è stridente ma la scelta è chiara. La simpatia va per questi luoghi dell’eternità: poveri, scomodi e periferici ma autentici e con il loro sapore.

Facoltà d'Architettura, 1973-1982



L'Architettura di Babele
Memorabili tramonti invernali su Villa Borghese… e poco più!

Tuttavia con buona consequenzialità nel 1973, alla fine di studi liceali svolti in un momento storico in cui l’impegno sociale era divenuto un "must" assolutamente irrinunciabile, la scelta della facoltà di architettura sembra racchiudere tutta la progettualità del mondo nuovo ancora da costruire (... con il sottinteso sollievo che, per fortuna, che c’era ancora qualcosa da costruire.!...) .Il mito della classe operaia, come fulcro e perno della società, era gia tramontato da decenni ma noi non ce ne eravamo accorti nè potevamo. Non sapevamo distinguere veramente un operaio-artigiano che plasma e fa suo (... e quindi "sente" ed organizza materia e metodo...) l'oggetto della produzione dall'operaio-massa che se lo vede sfilare velocemente sotto gli occhi. Inutile ricordare che questa cultura operaia era un Araba Fenice. Tutti ne parlavano sapendo che, in realtà, non esisteva affatto. Tuttavia questa esistenza immaginaria faceva comodo sia ai rappresentanti che la mediavano con successo sia a chi ne usufruiva che la poteva controllare ed utilizzare meglio. L'impegno era quindi, nei fatti, una dichiarazione di appartenenza, uno slancio ideale un pot-pourri di buoni sentimenti insindacabile che orientava e solleticava l' "io" segreto tralasciando colpevolmente il pubblico "noi". L’architetto, il bravo architetto “ impegnato”, organizzerà lui la vita dei cittadini (...proletari...) . ... stivandoli in scatoloni senza fronzoli perché la vita dovrà diventare senza fronzoli borghesi o decadenti o estetizzanti obbedendo solo ai primari bisogni esistenziali. I tedeschi dell’Existenz minimum avevano tracciato la strada: polverosa, è vero, ancora aperta... ed in tanti vi si provavano ad aggiungere qualcosa.
E’ proprio questa figura apicale, da Solone, che interessa, anche perché si vede molto spazio a disposizione in una nuova cultura ancora da costruire...si vedono molti orizzonti , molte zampe di cani da raddrizzare, ...ci sono stati già stati i futuristi i sovietici e via discorrendo ma in una civiltà occidentale, come la nostra, tutto è ancora di discutere.
Chi sia il committente ideale è chiaro : la comunità, lo Stato, il Comune ecc. ecc. Come fare a sostenere l’esistenza, la famiglia, il futuro no ! De minimis non curat Praetor.
Tutto perfettamente in linea con l’impostazione aristocratico-signorile mutuata nella scuola.
Ma veniamo al nocciolo.... l’insegnamento ed i contenuti .
La disciplina, in teoria, avrebbe dovuto rispondere accettabilmente a tre quesiti (...della Logica .. si badi bene !)
Come Cosa Perché
Come:
un amplio ventaglio di possibilità nessuna approfondita nella sua interezza. Come si fa un ...intonaco od un tetto/copertura un muro ecc. ecc. Nemmeno il titolare della cattedra lo sapeva veramente; Lui consegnava gli schizzi all’ingegnere che, per fortuna, non aveva di questi problemi e seguendo un obiettivo, modestissimo ma concreto, provvedeva a tutto il resto ed esibendo le necessità del mestiere. ed anche a seguire benignamente i suoi ghiribizzi cercando di accontentarlo.
Cosa:
un oggetto architettonico, che avrebbe nel sentimento comune dei nomi più precisi e particolari: "casa", "scuola", "chiesa", "stazione ferroviariaria"... è , in questo contesto in fine, riassumibile in uno scatolone od una stecca ovvero un cilindro od una sfera, una coperta od addirittura una combinazione fortuita di queste. Pura Geometria, pure suggestioni personali: quindi variabili intime da “architetto ad architetto” spesso mal giustificate da coperture ideologico-plastiche. Un dialogo segreto tra se stesso ed il mondo. Un po’ come chiedere allo scultore Moore perché mai avesse scolpito nel marmo un ameba con un buco al centro. Le risposte avevano dell’incredibile ma, incredibilmente, andavano tutte bene.
Perché:
la necessità era l’unica esclusa...ed era inevitabile. Non l’avremmo mai saputa. La vera risposta era, alla fine, la mera opportunità di farlo; in fondo un “...e perchè no ?...”
Voi tutti capite che in queste contingenze il minimo che può accadere è che l’aspirante architetto sia frastornato e intraprenda una via personale da autodidatta costruita su altre basi culturali più aderenti al contesto millenario in cui è immersa. Una faticaccia insomma...guardata anche con forte sospetto dal momento che non ripete le stanche litanie della modernità
Tirocinio:
il dato contenutistico è pressoché identico ma piu conformato ai bisogni effettivi delle contingenze (...alla fine deve uscire qualcosa !...) ma si impara a gestire, passabilmente, la genesi tecnica di un progetto. Di uno scatolone, nella migliore delle ipotesi.

... gli strumenti del mestiere



La tecnologia più avanzata
(tavolo e tecnigrafo Galliano: seconda metà del novecento)

Non c'è bisogno di spiegare, dunque, il repentino tramonto del mito del Demiurgo dell’Architettura: ciò per due ordini di motivi:
a) non ci sono spazi effettivi per uno sterminato popolo di demiurghi: nemmeno nella più complessa teogonia gnostica se ne contano tanti. La committenza pubblica langue e la poca che c’è è ben dirottata verso professionisti delle generazioni precedenti largamente connessi se non direttamente imparentati con il "deep state" occupato dalla middle-upper class di ogni colore politico. Qui la struttura familistico-partitica funziona a pieno regime e se non li conosci personalmente sei irrimediabilmente fuori;
b) e se dalla formazione culturale hai ereditato una scala di valori ferrea ed irreversibile con corollario di fastidiosissimi scrupoli morali (...peggio dei foruncoli !.. ) non c'è ragionamento di opportunità che li metta, neppure un attimo, in seconda fila. Se poi, disgraziatamente, per qualche occosione se ne approfitta, la riprovazione arriva al rimorso continuo e deprimente: è ammettere la propria inadeguatezza. Per uscirne bisognerebbe cambiare registro e divenire degli autentici"storicisti" del XXI secolo: presentare il processo storico (...rectius...la contingenza...) come prova di Verità.
Riecheggiano qui le parole di Cyrano del Bergerac, nella magnifica traduzione di O. Lionello
CIRANO:
Così son combinato. Spiacere è il mio piacere. Amo essere odiato.
LE BRET:
Se tu lasciassi indietro l'anima moschettiera, la fortuna e la gloria…
CIRANO:
Sai dirmi in che maniera?
Andar sotto padrone? Cercarmi un protettore?
E come oscura edera che ha l'albero tutore,
e s'appoggia arrampicandosi e leccandogli la scorza,
potrei salir da furbo, e non invece a forza?
No, grazie.
Dedicare in ogni scartafaccio dei versi ai finanzieri?
Mutarsi in un pagliaccio,
sperando di vedere, sul labbro di un ministro,
lo spasmo di un sorriso un po' men che sinistro?
No, grazie.
Banchettare ogni giorno da un pidocchio?
Avere il ventre logoro dalle marcie, e il ginocchio
più prestamente sporco nel punto in cui si flette?
Rendermi primatista in dorso-piroette?
No, grazie.
Riconoscere talento ai dozzinali?
Plasmarsi su ogni critica che appare sui giornali?
E vivere sognando:
"Oh, sento già il mio stile
percorrere le bozze del Mercurio mensile"?
No, grazie!
Fare calcoli? Tremare? Arrovellarsi?
Preferire una visita a un paio di versi sparsi?
Stendere delle suppliche? O farsi commendare?
No, grazie. No, grazie! No, grazie !!
Ma cantare, sognare, ridere. Splendido.
Da solo, in libertà.
Aver l'occhio sicuro, la voce in chiarità.
Mettersi se ti va di sghimbescio il cappello,
per un sì, per un no,
fare un'ode o fare un duello.
Fantasticare, a caccia non di gloria o di fortuna,
su un viaggio a cui si pensa, sulla luna!
Se poi viene il trionfo,
ebbene fatti suoi,
ma mai, mai diventare un "come tu mi vuoi".
E se pur quercia o tiglio davvero non si è…
se vuoi proprio non alto, ma farcela da sé.

La committenza privata a carattere imprenditoriale è quasi totalmente controllata dai soprascritti mediante l’artificio tecnico-urbanistico che frena, limita e sottrae. Essa media , cerca di strappare qualcosa, superfici, vani perché di altro non si discute con le amministrazioni pubbliche ma alla fine si fa suggerire dal politico il progettista che a sua volta sostiene con la sua posizione culturale-imprenditoriale il politico di riferimento: niente può sfuggire a questa logica delle segreterie e dei comitati politici. E’ un po’ meno triste nei piccoli centri; ma le necessità e le possibilità di questi sono enormemente inferiori.
Quindi è strutturalmente un po’ più libera ed attenta al reale: gli acquirenti, i clienti vogliono una “vera casa” e non uno scatolone finestrato; perciò sono disponibili ed interessati a soddisfarli. Perlomeno dal punto di vista teorico, ma in generale se possono fare meno...lo fanno. Hanno anche un senso di orgoglio per cui ci tengono molto ad avere un buon risultato. Cosa che, ovviamente, non accade nella committenza pubblica che è del tutto scollegata dai risultati auspicati: vedansi i vari complessi IACP di Corviale, Vigne Nuove, Spinaceto e via dicendo; protetta e blindata, a monte di ogni progetto, dalle moderne, inverificate, teorie abitative.
Resta la piccolissima committenza con la quale si stringe, quasi sempre, un rapporto di amicizia e di complicità ma, generalmente, economicamente poco soddisfacente. Tanta l’applicazione...forse decente il risultato, scarsa la pensione...Resta la dignità

... la vettura aziendale



Lancia Ardea III serie gennaio 1949: ancora la più bella!

Oggi, al tramonto, valgono per me ancora i settenari di Parini (1777...sic ! ) della vita rustica:

Perché turbarmi l’anima,
o d’oro e d’onor brame,
se del mio viver Atropo
presso è a troncar lo stame?
E già per me si piega
sul remo il nocchier brun
colà donde si niega
che più ritorni alcun?
Queste che ancor ne avanzano
ore fugaci e meste,
belle ci renda e amabili
la libertade agreste.
Quì Cerere ne manda
le biade, e Bacco il vin:
quì di fior s’inghirlanda
bella innocenza il crin.
So che felice stimasi
il possessor d’un’arca,
che Pluto abbia propizio
di gran tesoro carca:
ma so ancor che al potente
palpita oppresso il cor
sotto la man sovente
del gelato timor.
Me non nato a percotere
le dure illustri porte
nudo accorrà, ma libero
Il regno de la morte.
No, ricchezza nè onore
con frode o con viltà
il secol venditore
mercar non mi vedrà.
Colli beati e placidi,
che il vago Èupili mio
cingete con dolcissimo
insensibil pendìo,
dal bel rapirmi sento,
che natura vi diè;
ed esule contento
a voi rivolgo il piè.
[...]
Ah quella è vera fama
d’uom che lasciar può quì
lunga ancor di sè brama
dopo l’ultimo dì!